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TENUTA DEGLI ULTIMI

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GLI ULTIMI

GLI ULTIMI

la nostra storia parte da lontano come ad altri tempi appartengono i nostri valori: siamo nati ultimi, in quanto ultimi di 11 figli.

In seguito alla prematura scomparsa di nostro padre, i terreni disposti in eredità sono stati ripartiti equamente tra ognuno dei suoi figli ma noi, essendo al tempo ancora minorenni, l'abbiamo ricevuta in un blocco unico; dunque non noi, ma il destino ha denominato la nostra terra: la tenuta degli Ultimi.

Ma poiché il destino ha sempre buone ragioni, queste hanno preso il sopravvento e alla fine forse ci hanno contagiati e questa etichetta ha plasmato il nostro essere; oppure il nostro nome rivela in realtà ciò che siamo sempre stati, non lo sappiamo, solo il destino conosce le sue vie e le sue ragioni: l'ultimo non ha bisogno di seguire gli altri perché il risultato, così come lo intendono gli altri, non gli interessa. L'ultimo è tale in funzione di una classifica che considera i valori dei tempi che corrono, ma rappresenta l'orgoglio del nostro senso di libertà di perseguire i nostri valori. L'ultimo ha il lusso di potersi fermare a riflettere senza preoccuparsi di perdere posizioni. L'ultimo non è mai acuto, ma, laddove la presunta intelligenza ha costruito sovrastrutture che alla fine ci possiedono e ci trascinano con loro nell'oblio delle cose superate, è felice di essere ancorato ai suoi valori senza tempo poiché la vera novità è ciò che non invecchia nonostante lo scorrere del tempo. L'ultimo è sempre troppo piccolo per fare qualcosa ma rimane sempre bambino e non tradisce mai la propria visione. L'ultimo non è abbastanza intelligente per capire le leggi di mercato per cui ascolta solo quelle della terra. L'ultimo crede ancora alle favole. L'ultimo si ferma lungo il percorso a dare una mano ad un amico in difficoltà. L'ultimo non ha fretta e aspetta che la natura faccia il suo corso. L'ultimo è semplice e conosce un solo modo per fare le cose: quello giusto.


LA PISOLOTTA

Seguendo il percorso delle colline che costeggiano la strada dei crus, percorrendo un bosco di castagni e querce, giunti alla sommità del pendio si raggiunge un luogo, una sorgente: la Pisolotta.

Ma la Pisolotta non è solo una sorgente bensì un simbolo e ha nella sua origine il principio della sua peculiarità; nasce infatti da uno dei numerosi fiumi sotterranei della zona, il cui letto, scavato nella roccia morenica, ha incontrato uno strato argilloso: l'acqua sgorga così a piccole gocce, i Pis per l'appunto, che danno origine a un rio che irrora la zona.

In questo piccolo tempio nel bosco, il ticchettio cadenzato e perpetuo delle gocce assume il valore di metafora perfetta del lavoro dell'uomo nella vigna: costante, silenzioso, procede con piccoli tenaci passi assecondando il ritmo della natura, senza stravolgerla ma esaltandola. Questo elogio alla lentezza ci riporta alla dimensione essenziale del nostro lavoro: come la Pisolotta, che a piccole gocce irrora un terreno nella giusta quantità, alimentandone la vita e portando nuova linfa, ugualmente noi, caparbi e pazienti, usiamo la nostra impronta creativa dando il nostro apporto alla natura assecondandola ed esaltandola. Per questo motivo utilizziamo il metodo biologico e per questo motivo usiamo solo ed esclusivamente uve di nostra proprietà; abbiamo infatti scelto di liberarci di ogni schema formale per assecondare il carattere di ogni vigneto, poiché l'uva è una materia prima che assorbe la personalità del suo territorio: al lavoro di cantina spetta il solo compito di aiutarne la maturazione, sviluppandone il carattere ed educandone la personalità.

Lavoro di vigna e lavoro di cantina trovano così idealmente compendio l'uno nell'altro nello sviluppo del vino, assecondandone la personalità e promuovendone l'evoluzione. Goccia dopo goccia.


CHI SIAMO

Sebastiano:
undicesimo ed ultimo; prima di dedicarsi alla sua azienda si è laureato con il massimo dei voti e lode presso l'università Cà Foscari di Venezia e ha lavorato, tra gli altri, presso gli uffici di Porsche Italia e in quelli New Yorkesi del gruppo di private equity Blackstone; quello a cui non ha smesso di dedicarsi sono le sue passioni, prima di tutto quella per i cavalli, da lui definiti i primi ultimi: non considerati intelligenti ma sensibili, non guardano chi siamo agli occhi degli altri ma se gli diamo il nostro cuore ci daranno il loro.

Giulia:
nostra madre e in quanto tale origine degli ultimi. Da buona fattrice ha tramandato alla sua stirpe tutti i suoi principali pregi, cominciando dalla testardaggine e finendo con la curiosità e con l'incessante fiducia nella vita. Incontestabilmente iperattiva, mescola talento e incapacità di fingere di non vedere ciò che non le piace. il rigore morale che nasconde la dolcezza che può stare solo nel suono della parola "mamma".

Martino:
la dimostrazione emblematica che anche la neve dei ghiacciai si scioglie e arriva sempre al mare: qualunque sia stata la sua attività, ciò che è sempre emerso è stata la sua natura fantasiosa, alternativa e pura che ne hanno fatto ciò che è oggi, la mano creativa degli ultimi. Perché la mano che disegna cose pure, semplici e fantasiose deve essere guidata da un cuore grande e nobile.

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PRODOTTI

Ciacola
Prosecco DOC Treviso brut

Il prosecco nasce dalla nostra terra e da essa è nata la nostra storia: non poteva dunque che finire così, con i percorsi di entrambi perfettamente intrecciati; con quest'ultimo, il prosecco, a scandire i tempi della nostra storia, allietando il riposo del contadino, celebrando una nascita, una nuova unione o la ricorrenza di una che dura da una vita ma soprattutto accompagnando i momenti semplici di condivisione, la perpetuazione di un rito che si compie allo stesso modo e ci avvicina da secoli, parole calde tra amici davanti a un bicchiere: come si dice da noi, ciacole. Quando il vino diventa il testimone di lunghe chiaccherate tra amici, custode di sorrisi ed emozioni frizzanti come le bolle che lo animano, confidente ammiccante di segreti sussurrati e gioie incontenibili, in quel momento si realizza lo spirito che ci ha portati a realizzare questo prosecco vecchio e nuovo: vecchio perché ottenuto dallo stesso mix di crus unici autoctoni che caratterizzava il prosecco originario e che la saggezza contadina ha tramandato, collocando ogni vitigno nella giusta esposizione e posizione oltre sessant'anni fa; nuovo perché la personalità di questi rarissimi crus, che crescono tuttora nella nostra tenuta, è ora esaltata dall'utilizzo delle moderne tecniche di vinificazione; il prosecco di una volta, oggi: una fiaba che si ripete e non stanca mai.

Ciacola: E' un bel modo di raccontare il modo nuovo-vecchio di fare prosecco. Questo Prosecco ha spuma generosa, vellutata, dal calibro fine. Il colore è delicato, giallo tenero con evidenti sfumature verdoline. Il naso è garrulo: immagina di infilare la testa in un mazzo di piccoli fiori gialli di campo: il tarassaco, con le foglie e tutto; il dente di leone, un'anticchia di camomilla. In fondo la fresca fetta di susina gialla, non del tutto matura. l'assaggio poi risulta brillante e fresco, ma assai meno indulgente. L'effervescenza è smorzata, di breve sapidità, con subitaneo punto ammandorlato. Poi una crescita in secchezza, verso una seconda parte che pare una nuvola aerea d'aromi, persistente il brivido bittersweet. Lunghissimo l'esito trascinato da una bevibilità fiduciosa e schietta.


Sanguefreddo extra dry
Prosecco DOCG Conegliano Valdobbiadene extra dry

Esistono molte storie: parlano di vite diverse ma che si assomigliano; vite tranquille, vissute all'ombra di strade già percorse. Esistono poi storie che non assomigliano a nessun'altra, storie che iniziano nel passato e finiscono in un futuro nuovo; storie in cui un passo non segue l'altro lungo una strada battuta; perché ogni passo rappresenta il nostro modo di avvicinarci al futuro e il nostro futuro sono i nostri sogni; affinché ogni passo sia la realizzazione di un'idea deve essere guidato dal cuore e per farlo in esso deve circolare una sola cosa: sanguefreddo. Sangue nuovo, ossigenato dalle idee, dalle emozioni, dall'innovazione, dai sogni; sangue che ci appartiene dasempre ma che ci cambia, attraversa il nostro corpo e pompa i nostri muscoli per raggiungere strade nuove e portarci in un solo punto: avanti.

Quello che sorprende di questo Extra Dry è la vivacità della presa di spuma, fulminante e copiosa. Eburnea e brillante, prorompe nel bicchiere con bolle di grosso calibro che la rendono dinamicissima e rapida a ritirarsi. Le perle sono poi finissime e continue, nel paglierino lievissimo, quasi adamantino. Il naso è delicato, aereo: le tracce di frutta non troppo matura, fresca e scrocchiante tra cui la pesca a pasta bianca, con un'eco appena accennata di mandorla ad arrotondare. Il sorso è leggero ma non diafano. Pur presente, l'impianto zuccherino si catalizza in un succo articolato, sofisticato in un'espressione generosa, mai al risparmio. Ancora freschezza nella seconda parte del sorso, evocati agrumi freschi nel finale pulito e aggrappante. Un aperitivo perfetto per i tramonti d'estate, quando l'aria arde la gola. Uve da cui è prodotto Glera (tradizionalmente chiamata Prosecco), con presenza di piccole quantità di Bianchetta e Verdiso. Collocazione geografica Entro i confini della D.O.C.G., sulle pendici dei primi contrafforti dolomitici, nella parte nord della provincia di Treviso.


Sanguefreddo brut
Prosecco DOCG Conegliano Valdobbiadene brut

Esistono molte storie: parlano di vite diverse ma che si assomigliano; vite tranquille, vissute all'ombra di strade già percorse. Esistono poi storie che non assomigliano a nessun'altra, storie che iniziano nel passato e finiscono in un futuro nuovo; storie in cui un passo non segue l'altro lungo una strada battuta; perché ogni passo rappresenta il nostro modo di avvicinarci al futuro e il nostro futuro sono i nostri sogni; affinché ogni passo sia la realizzazione di un'idea deve essere guidato dal cuore e per farlo in esso deve circolare una sola cosa: sanguefreddo. Sangue nuovo, ossigenato dalle idee, dalle emozioni, dall'innovazione, dai sogni; sangue che ci appartiene dasempre ma che ci cambia, attraversa il nostro corpo e pompa i nostri muscoli per raggiungere strade nuove e portarci in un solo punto: avanti.

Quello che sorprende di questo Extra Dry è la vivacità della presa di spuma, fulminante e copiosa. Eburnea e brillante, prorompe nel bicchiere con bolle di grosso calibro che la rendono dinamicissima e rapida a ritirarsi. Le perle sono poi finissime e continue, nel paglierino lievissimo, quasi adamantino. Il naso è delicato, aereo: le tracce di frutta non troppo matura, fresca e scrocchiante tra cui la pesca a pasta bianca, con un'eco appena accennata di mandorla ad arrotondare. Il sorso è leggero ma non diafano. Pur presente, l'impianto zuccherino si catalizza in un succo articolato, sofisticato in un'espressione generosa, mai al risparmio. Ancora freschezza nella seconda parte del sorso, evocati agrumi freschi nel finale pulito e aggrappante. Un aperitivo perfetto per i tramonti d'estate, quando l'aria arde la gola. Uve da cui è prodotto Glera (tradizionalmente chiamata Prosecco), con presenza di piccole quantità di Bianchetta e Verdiso. Collocazione geografica Entro i confini della D.O.C.G., sulle pendici dei primi contrafforti dolomitici, nella parte nord della provincia di Treviso.


Torbido
Glera IGT della Marca Trevigiana

Piave: la piana della Marca Trevigiana, con le sue peculiari caratteristiche, e una bottiglia perfettamente bianca e trasparente. Questo Prosecco – che non può chiamarsi Prosecco perché esorbita da qualsiasi disciplinare – è fermentato sui suoi lieviti: coniuga tradizione ed innovazione, declinandole in modo assolutamente naturale grazie a una capsula di ceramica utilizzata per fissare i microrganismi attivi che mantengono intatta la popolazione microbica del vino sfruttando l'azione di risonanza per prevenire ossidazioni. E' torbido, giallo latteo, grigio. La spuma è colossale, densa e birrosa, e non rinuncia ad una bella corona resistente. Anche il naso ricorda le birre crude, con il frutto che – cercato – regala dei bei momenti. Sa d'uva e di susine goccia d'oro, non manca la crosta di pane e lo zucchero di canna. Felice l'assaggio, che presenta subito il sale dell'effervescenza, un brivido agrumato, un seguito di strepitosa facilità. Bevibile e godibile.


Wobu
Merlot IGT Colli Trevigiani

Wobu è una parola che deriva dal Giapponese ed indica la “forma nascosta del bello”, qualità di raffinatezza mascherata di rusticità. Wobu è il senso del tempo: schiaccia impietoso chi lo contrasta, rende immortale chi lo vive; Perché la vera novità sta in ciò che non invecchia nonostante lo scorrere del tempo; perché è il tempo stesso a dare valore alle cose più preziose; è il tempo a mettere il suo sapere nei gesti semplici perfezionandoli fino a farli diventare naturali, spontanei, armonici; gesti tanto armonici da apparire inconsistenti ma che si compenetrano in perfetta efficienza: sincrono naturale, perfetta integrazione che li rende invisibili, come parte stessa del contesto. E così finiscono per sfuggire per poter essere identificati solo agli occhi degli spettatori più attenti esattamente come accade in natura, dove le cose più preziose sono sempre nascoste. Ma è agganciandosi a questi gesti che ci si ancora al tempo stesso. Wobu per noi è un vitigno di Marze, una vecchia varietà autoctona di Merlot: è la nostra porta per il tempo, stabile, da oltre sessant’anni a guardare la natura, sincronizzando la sua evoluzione giorno dopo giorno, integrandosi pioggia dopo pioggia, sole, estati, inverni, notti; un vigneto povero, semplice e tenace che porta con se tutti i profumi delle stagioni, anche quelle che non ritornano, come i ricordi e le storie delle persone incontrate in una vita. Ed è così che nel Wobu convivono amici di tempi diversi, che talvolta non si sono mai incontrati ma che si integrano come solo la natura e i suoi tempi possono fare: ciliegia, ciclamino, crocus; l’assaggio poi è ancora di frutta velluttata, spezie ben equilibrate dal tannino. E c'è tanto, tanto fruttino di già al naso, e t'aspetteresti - e dubiti: che malfidente... - di trovarti in bocca magari la solita marmellatona, magari legnosetta, dei supervattelapesca di moda filoamericana. E invece no. E invece in bocca ecco ancora il fruttino, tanto, tantissimo, ma anche una beva invitante, appagante. E 'sto rosso delle colline della Marca - igt Merlot Colli Trevigiani - accompagna la tavola che è un piacere. Ed è dunque succosità fruttata, e poi spezia, e un filo di dolcezza ben equlibrata dal tannino.


Mezzadro
Rosso IGT Colli Trevigiani

In questo vino è racchiuso un tributo alle origini della nostra terra: essa è da sempre appartenuta a nobili e proprietari terrieri ma da altrettanto tempo le sue cure sono state affidate a semplici contadini che in essa vivevano con le proprie famiglie e da essa traevano sostentamento. Questi venivano infatti retribuiti con una percentuale del raccolto, tipicamente la metà: da qui il nome, mezzadro. Vivere a stretto contatto con la terra, dipendere completamente da essa trattandola come a doverla conservare per qualcun altro: il lavoro del mezzadro è la perfetta metafora di quello che dovrebbe essere il lavoro dell'uomo; lo stesso uomo che troppo spesso si scorda i suoi panni di custode di una risorsa preziosa per vestire quelli del suo proprietario. Abbiamo scelto di approcciarci alla nostra terra come mezzadri, custodendola, conoscendola, esaltandola, provando l'onore di viverla e la responsabilità di conservarla per chi arriverà dopo di noi. Come il mezzadro condividiamo il destino con la natura che abitiamo, consapevoli che da questa relazione nascono i frutti migliori e le albe di un domani senza foschie.

Questo rosso si sbocca nel bicchiere come sangue, in controluce barbagli di un bel color rubino splendente. Disegnerà archetti fermissimi. Profuma sottile ma persistente, s'apre in fiori , come viole, e poi evolve in colori più animali, magari speziati: tabacco, carta bagnata, note balsamiche. In bocca è come ti aspetti, rotondo. L'attacco è morbido e progressivo, s'estende ben solido ed equilibrato e s'allunga in toni alcoolici a 13° che non senti tanto son fini. Finisce ricordando il mallo di noci.

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CSR

Etica d'impresa

Accettando il primato della natura sulla nostra esistenza, accettando di essere un ingranaggio all'interno di un complesso meccanismo il cui disegno ha origini divine che conoscono logiche a noi ignote, arriviamo a concepire il nostro ruolo di plasmatori della realtà che ci circonda: il nostro lavoro, in vigna e in cantina, è pertanto volto alla mera valorizzazione e all'esaltazione di ciò che la natura ripone in ogni singolo frutto della terra.

Abbandonati ciecamente a questa visione e alla certezza che l'unica strada per il futuro è quella che passa attraverso il rispetto della natura e di tutti gli attori che la rappresentano, giungiamo alla conclusione che il termine efficienza non può esistere se non accostato alle parole rispetto e responsabilità: rispetto per l'identità che l'ordine di natura ha posto in ogni suo frutto; responsabilità del nostro potere e dovere di salvaguardarlo ed esaltarlo.

Per questo motivo, assecondando l'identità e il carattere del nostro territorio, accompagniamo la crescita e lo sviluppo della vite agendo solo con le metodologie più naturali, forti del fatto che una viticoltura rispettosa del territorio è il primo elemento che conduce alla produzione del vino migliore che da questo possa nascere.

E per lo stesso motivo, progettiamo ogni prodotto affinché tutto ciò che lo compone sia volto alla massima conservazione dei principi che contiene e al minimo impatto con la natura: imballaggi, etichette e contenitori sono ridotti e derivati esclusivamente da materiale riciclato e riciclabile, disegnati per ridurre al minimo gli scarti e l'impatto ambientale, mantenendo intatta la qualità dei nostri prodotti; la nostra struttura logistica è congegnata e razionalizzata per gestire i volumi con la massima efficienza, garantendo i minori sprechi sia in termini di tempi per i nostri clienti che di emissioni nocive, ricorrendo all'utilizzo esclusivo di mezzi con valori di emissione da Euro 3 a Euro 5 e dotati di un dispositivo che migliora la combustione e diminuisce ulteriormente le emissioni di polveri sottili rispetto al proprio standard di omologazione; promuoviamo un'innovazione sostenibile, selezionando ceppi di lieviti, batteri lattici e fotosintetici come strumenti per stimolare la biodiversità del terreno e prevenire le formazioni fungine; utilizziamo solo compost vegetale per la concimazione del terreno.

Il tutto per mantenere intatta la qualità dei nostri prodotti aggiungendo un sapore al bouquet che siamo sicuri sarete lieti di assaporare, quello della responsabilità

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TERRITORIO

IL TERRITORIO

Da terreni ricchi di storia nascono valori senza tempo e quando la natura incontra l'uomo la vita si arricchisce di nuovi frutti, che in nessun luogo del mondo ebbero la varietà e l'abbondanza di queste terra: dolci pendii, rigide montuosità, venti che arrivano dal mare e correnti senza tempo che attraversano come un unico filo conduttore le cime alpine, le terre della Serenissima, le muse del Cima, le sponde del Piave, i pensatoi di Hemingway e i sentieri della grande guerra. Questi paesaggi, tanto vari quanto integrati, schizzi di colori vivaci che compongono il quadro dello spettacolo della natura, aiutano a comprendere il significato dell'assonanza tra la parola vite e la parola vita: più di ogni altra pianta, la vite, così come la vita, affonda le proprie radici nel terreno per assorbirne l'essenza; la vite conosce diverse annate e stagioni e i suoi frutti odorano di diversi profumi: le more dei boschi come pagine dei libri di Hemingway, le nuove gemme di maggio come tenacia della nostra gente, il melograno come tele del Cima, il delicato e fugace ciclamino come la vivida leggenda di Bianca di Collalto, la potatura di marzo come il rinnovamento della vita, il consistente perlage come la gloriosa resistenza combattuta sul piave, fiume sacro alla patria.


BIANCA DI COLLALTO

Un'antica leggenda vuole che nel Castello di Collalto si sia consumato un atroce delitto: in epoca medievale venne murata viva una fanciulla di nome Bianca. 
La vicenda è quella di una giovane ancella murata viva per l'assurda quanto devastante gelosia della sua padrona e che di tanto in tanto sarebbe riapparsa e riapparirebbe ancor oggi nelle vesti di un fantasma.
Di quella leggenda ci sono numerose testimonianze nella letteratura. Tra le più recenti vi è un'intervista rilasciata nel maggio del 1925 dalla Contessa Maria di Collalto al giornale austriaco Neues Wiener Journal.
"...Le più potenti famiglie dei dominii di terra ferma della Repubblica di Venezia erano quella dei Caminesi a Ceneda e quella dei Conti di Collalto a Treviso, tutt'e due di origine longobarda, che erano divise da un odio accanito. Nemiche da secoli si combatterono furiosamente. Finalmente, venne il giorno in cui compresero che la pace e l'accordo erano più preziosi della lotta alla loro esistenza e decisero di conciliarsi e di stringere vincoli di parentela. Il Conte di Collalto chiese pertanto la mano di Chiara, la bella figlia dei da Camino. Sembrava così che la concordia fosse suggellata. Ma la donna era gelosa all'estremo. Questa gelosia offuscava la felicità del matrimonio della coppia, tanto che Tolberto non accolse con rammarico l'opportunità di partire in guerra. Fra le persone del servitorame dei Collalto vi era Bianca, figlia di un loro dipendente. Graziosa e buona era stata allevata con i figli del vecchio Conte, ai quali era affezionatissima. Tolberto l'aveva posta poi a capo del personale femminile addetto alla contessa Chiara. Ora il giorno che Tolberto dovette partire per la guerra, egli si recò completamente armato nella camera della moglie e, nel licenziarsi da lei, Bianca stava per l'appunto pettinando la signora. Costei, che era dinanzi allo specchio, vide in esso come il Conte, dalla porta, salutasse con un gesto la sua cameriera e come costei avesse le lacrime agli occhi. Tacque, ma appena il Conte fu lontano, ardendo la gelosia, fece rinchiudere la giovane nelle carceri sotterranee del castello e quindi, benché la disgraziata giurasse di non aver mai avuto una relazione amorosa con il padrone, la castellana diede ordine di murarla in una torre. Allorché Tolberto tornò dalla guerra e apprese il tremendo caso, non si sentì di vivere al fianco della donna, che la passione aveva condotto a tanto delitto e la cacciò dal castello. Da allora la tradizione dei Collalto narra che il fantasma di Bianca apparisse ai membri della famiglia, cui aveva portato tanto affetto, quando era imminente e una grande gioia od una grande sciagura.
Coloro che affermavano di aver veduto il fantasma narravano che esso si mostrava vestito di bianco, e se annunciava sventura, nascondeva il volto con un velo nero".
Nell'intervista al Neues Wiener Journal la Contessa Maria di Collalto testimonia che il nonno, Principe di Solmshich, disse di aver avuto l'apparizione di Bianca nel castello di Pirnitz in Moravia il giorno in cui chiese la mano di sua nonna.
"...Nello stesso castello Bianca sarebbe apparsa anche quando morì mio fratello Rambaldo. Nessuno di noi peraltro la vide quando sulla nostra famiglia piombò la suprema sventura nell'ultima guerra (1915-1918), devastando la nostra Patria e distruggendo i nostri beni".
(dal libro "Collalto" di A. Menegon)

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